Niente da perdere

Quella sera optai per un aperitivo con l’amica di sempre. Due spritz e quattro risate sincere era tutto ciò di cui avevo bisogno.

Parlammo tanto, come sempre, delle nostre vite e del nostro futuro. La ascoltai attentamente anche quando mi parlò della sua relazione, dei suoi progetti e della sua incredibile voglia di concedere se stessa a una persona. Reprimendo il mio lato un po’ cinico, ero così felice per lei.

La mia aspirazione più grande probabilmente sarebbe stata quella di avere una cabina armadio grande come un appartamento e un’enorme credenza piena di libri ingialliti e bottiglie di vino invecchiato.

Ma di lei ammiravo la fiducia profonda e incondizionata verso l’amore, che con molta probabilità le aveva dato più gioie che dispiaceri. Per quanto mi riguardava io ero uscita distrutta dalle mie relazioni. Negli intervalli tra lavoro, studio e qualche peccato mi capitava di passare ore e ore a rimuginare sul passato. Sulla persona che ero e sulla fiducia (ormai frantumata) verso l’amore. Mai mi era capitato di sentirmi così vuota. Come un flacone senza la nostra fragranza preferita. Come un portafoglio costoso, senza nemmeno un centesimo al suo interno.

Mi domandavo: fino a che punto possiamo arrivare prima di diventare completamente cinici? Si sarà mai immuni all’amore o è solo un effetto collaterale destinato ad affievolirsi nel tempo?

Eravamo nella società del materialismo, del disposable. Dove tutto era utile e niente necessario. Le tradizionali concezioni di coppia e relazione stavano cedendo il posto all’individualismo e all’autosufficienza. Sarebbe stato così facile in questo contesto diventare indifferenti all’amore?

Certo avremmo potuto amare la nostra famiglia, i nostri amici e il nostro lavoro. Ma sarebbe stato così facile invece fare a meno di un partner? Per come la vedevo io, sì.

Mi nauseava l’idea di vivere alla ricerca di un’anima gemella, come se non potessimo farne a meno. Come se la nostra felicità dipendesse da una seconda persona, che per inciso, non ci conoscerà mai come noi conosciamo noi stessi.

Non parlavo di vivere nell’ottica di diventare zitelle. Semplicemente si trattava di riconsiderare l’importanza che si dava alle relazioni, che diciamocelo: sono sopravvalutate.

Personalmente non avrei vissuto nemmeno un secondo a desiderare qualcuno che mi rendesse felice.

La felicità di ognuno di noi è così personale, intima, che non dovremmo mai lasciare che dipenda da altre persone.

Avevo appreso la lezione e l’avevo interiorizzata con molta cura. Non sapevo se e quando avrei avuto la possibilità di dedicare il mio tempo a una persona. Non sapevo se questo effetto collaterale sarebbe stato parte di me per tutta la vita o meno. Ero ancora a pezzi, provata dai mille “se avessi” e “se solo avessimo“. Il passato cicatrizzava e diventava sempre di più parte della mia esperienza.

Nutrivo tanta rabbia e frustrazione di cui non ero ancora riuscita a liberarmi.

Così decisi di staccare la spina da tutte le cose nocive, che mi stavano facendo male. Secondo la mia amica in tre mesi non si guarisce. Ci sarebbe voluto più tempo. Ed era quello di cui avevo bisogno. Più tempo. Cos’avevo da perdere?

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

Francis Scott Fitzgerald

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